Uno studio recentissimo condotto da un gruppo di ricerca dell’Università della Campania a Napoli, ha analizzato le placche artereosclerotiche prelevate dai vasi sanguigni di 200 persone, ricoverate con una diagnosi di ostruzione arteriosa. Nel 60% dei pazienti, con l’aiuto del microscopio elettronico, i ricercatori hanno individuato tra i lipidi che costituiscono le placche, minuscoli frammenti di plastica: le cosiddette micro e nanoplastiche. Si tratta di briciole di plastica più piccole di un globulo rosso che quotidianamente introduciamo nell’organismo attraverso l’alimentazione e la respirazione. Anche in un semplice bicchiere d’acqua possono esserci migliaia di frammenti invisibili ad occhio nudo.
Frammenti che erano stati precedentemente rinvenuti in molti altri tessuti umani, addirittura nella placenta. Quali siano gli effetti delle microplastiche sulla salute umana non è ancora chiaro. Certamente non fanno bene dato che lo studio ha accertato come i pazienti con microplastiche nelle arterie hanno avuto 4,5 volte più probabilità di avere un ictus o un attacco cardiaco nei mesi successivi all’intervento. Ma quanta plastica mangiamo, beviamo e respiriamo? Le stime non sono facili da ottenere: secondo uno studio australiano condotto per il WWF qualche anno fa, ogni settimana introduciamo fino a 6 grammi di plastica nell’organismo, soprattutto PVC e polietilene. Corrisponde al peso di una carta di credito. Questo quantitativo spaventoso è stato ridimensionato da studi più recenti; secondo i ricercatori dell’Università di Wageningen, Olanda, assumiamo circa 883 particelle di microplastica al giorno: l’equivalente in peso a circa 583 nanogrammi (miliardesimi di grammo). Fanno poco più di 4 microgrammi, (milionesimi di grammi) a settimana.